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Resto al Nord, storie catanesi, di chi ha deciso di non tornare

Resto al Nord, l'amore dei catanesi per il Sud

Resto al Nord o ancora, divagando, l’amore ai tempi del Coronavirus. Un titolo scarsamente originale, ma che conforta gli animi più sensibili e che forse aiuta a non vacillare dinnanzi alla paura. In questi giorni segnati da emozioni e decisioni contrastanti, prima dell’estensione a zona rossa su tutto il territorio italiano, abbiamo assistito al rientro di quasi venti mila siciliani. Tante sono le storie e tanti i motivi che hanno portato al ritorno. Senza discernere e cercando di guardare la luna e non il dito, sono altrettanti i catanesi che hanno deciso di restare.

Resto al Nord, storie di amore e responsabilità

I pensieri corrono veloci, incontrano discrepanze e si stagliano al chiaroscuro di città deserte. Ogni città si riveste di silenzio, di attese e distanze di sicurezza. Le iniziative lodevoli prolificano e mostre ed eventi sono rinviati. Molti lavorano da casa, lo smart working prende forma e ci si trova a fissare il soffitto in uno stato di interdizione. Il tempo sembra essersi dilatato. La sensazione è quella che tutto si sia fermato e che tutto scorra troppo lento. Milano, la città dal ritmo frenetico e dai mille impegni, è sospesa. Me lo racconta Lucia, insegnante catanese residente in Lombardia. Ha scelto di restare, l’ha deciso ancora prima che il decreto #iorestoacasa entrasse in vigore. La sua è una scelta dettata dall’amore. Per salvaguardare i suoi cari, le sue amicizie, ma anche per tutti i catanesi. La stessa opinione è condivisa da Paolo, catanese e studente universitario a Venezia. L’ho raggiunto al telefono ed è un fiume di parole.

Resto al nord, l'amore ai tempi del coronavirus
L’amore ai tempi del Coronavirus – fonte immagine pixabay

Mi racconta delle sue preoccupazioni, di come si sta attrezzando l’Università per le lezioni con l’adozione di metodologie e-learning. Lezioni, esami, esercitazioni e lauree in modalità telematica. Mi racconta di come ha deciso di rinunciare alla vita sociale, di non tornare per evitare la diffusione del Coronavirus a Catania. Paolo sta bene, ma mi ha confidato di non voler rischiare di contrarre il virus. I suoi genitori sono anziani e lui è l’ultimo di tre fratelli. Paolo studia, legge e tra mille dubbi sta scoprendo la bellezza della riflessione. Una fase madida di non luoghi, di relazioni familiari al telefono e tramite la webcam di un computer.

Resto al Nord, comunicazione tramite social network
La comunicazione social ai tempi del Coronavirus – fonte immagine pixabay

Storie di chi resta

Vittoria, biologa catanese residente a Trieste, mi scrive su whatsapp che la città si è fermata. Si trova nell’incertezza di un corso da finire e un tirocinio da iniziare. Mi scrive di sua madre, comprensibilmente spaventata. Mi confida che non le permetterebbe di vedersi fin quando la situazione non sarà superata. Vittoria sta bene, ma ha deciso di restare e sconsiglia i viaggi. Da una parte però, capisce anche chi si ritrova solo al Nord senza poter vedere gli amici o poter andare all’Università. Non giustifica per nessun motivo quelli che sono tornati per fuggire dalla zona rossa. Gli unici che riesce a capire sono quelli che, prima che si emanasse il decreto, hanno deciso di tornare e poi si sono ritrovati bloccati giù, non capendo o non avendo idea di quello che poi sarebbe capitato.
Resto al Nord sembra essere al momento l’unico modo per tutelare davvero i propri cari che si trovano lontani.

Resto al Nord: amore e responsabilità

«Quello che vivo personalmente è il clima di incertezza. Le persone hanno paura e non hanno punti di riferimento. La paura di ammalarsi in alcuni prevale ma si sente maggiormente la paura che i provvedimenti adottati danneggino l’economia talmente da provocare una massiccia perdita di posti di lavoro. I decreti, sebbene chiari, non vengono assimilati; sento colleghi che certe volte ripetono domande su dove possono andare e cosa possono fare. Questo clima mi crea disagio. Non so più dove sarò fra un mese e per chi come me ha abbandonato le radici della propria casa è un grave vuoto sotto ai piedi. Nemmeno io giustifico la fuga di massa, tranne per alcuni casi, ad esempio studenti fuorisede fra cui ragazzi che conosco che sono andati via ma prima dell’istituzione delle zone rosse.

Posso capire però un ragazzino che vive in una città in cui non ha appoggi in un momento di crisi e sente la paura di restare solo. Io sono via da quasi cinque anni e in questo momento sento maggiormente la mancanza dei miei familiari e degli amici. So che i miei genitori sono spaventati ma non lo dimostrano, non lo comunicano e appena passerà questa emergenza scenderò per abbracciarli. Ho una sola reale paura, che succeda qualcosa a loro e che io, relegato tanto distante, non potrò esserci. Solo il pensiero mi angoscia oltre ogni immaginazione. Spero solo che il caos porti all’istituzione di procedure più efficaci e che il popolo italiano capisca che molto di quello che è successo è stato causato da ignoranza, il male principale che affligge il nostro paese». Queste le parole di Andrea, catanese e impiegato in provincia di Venezia in un’accorata mail.

Resto al Nord, storie catanesi, di chi ha deciso di non tornare ultima modifica: 2020-03-12T09:17:30+01:00 da Cristina Gatto

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