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Leo Gullotta racconta la sua inedita Catania, tra amore e rivalsa

Leo Gullotta

Artista poliedrico e istrionico, con alle spalle oltre cinquantadue anni di carriera e di lavoro instancabile. Dal teatro, alla televisione, dal cinema d’autore, al cabaret, dagli spot pubblicitari, fino al doppiaggio di attori internazionali dal calibro di Woody Allen. La sua versatilità gli ha permesso di cimentarsi nelle arti figurative vincendo numerosi riconoscimenti importanti, tra cui il David di Donatello come migliore attore, diversi Nastri d’argento, un Globo d’oro e il Ciack d’oro.
Un uomo dotato di profonda sensibilità, amante della sua città e tanto amato dai catanesi.
Un inedito Leo Gullotta ci racconta la sua Catania.

Catania ieri e oggi. Dalla sua “ca­ru­san­za” nel quar­tie­re del For­ti­no du­ran­te gli anni Cinquanta, alla Catania vissuta da “emigrato”. Cosa le manca di più?

<<Ognuno porta dentro di sé il posto in cui nasce e nel mio cuore c’è il Fortino, il quartiere dove sono nato e cresciuto e dove ho i miei affetti più cari e i punti di riferimento. La mia vita, orma dai anni, si svolge a Roma, ma ogni volta che torno a Catania non manco mai di prendermi del tempo per me, passeggiando tra le strade del mio quartiere. Costituisce il mio cordone ombelicale di ricordi. Il senso di appartenenza, pur vivendo a chilometri di distanza, ci insegna a trovare il nostro posto nella vita.
Il Fortino è un quartiere, oggi come ieri, con delle problematiche, ma (anche) questo contribuisce a renderlo vivo, propositivo. E’ in queste strade che va in scena la vita vera.
Qualche tempo fa mi è arrivata la foto di un concerto. So che ci sono numerose associazioni attive che coinvolgono tanti giovani e questo non può che farmi immensamente piacere. Tuttavia, è innegabile che c’è ancora molto da fare, soprattutto da parte delle istituzioni.>>

Leo Gullotta, nato per fare l'attore.

Leo Gullotta, nato per fare l’attore. Fonte Romait

La sua carriera è lunghissima. Il primo film in cui ha recitato si chiamava “Lo voglio maschio”, di Ugo Saitta, regista catanese, nonché primo documentarista di rilievo della Sicilia. La prima volta davanti alla macchina da presa: quali furono le sue impressioni?

<<E chi se lo ricorda? (ride) sono passati tanti anni…Diciamo che mi sono ritrovato a fare questa professione quasi per caso, in circostanze fortunate ma fin da subito in maniera professionale. Non avevo il “fuoco sacro”, o un talento innato. Ma a Catania non c’era nulla e io ero un ragazzino curioso e continuo a essere un uomo curioso.
Quel giorno mi ritrovai nei corridoi della scuola: c’era un manifestino del Centro Universitario Teatrale, con ammissione a dodici posti e si otteneva un corso di teatro di due mesi.
Io non sapevo cosa fosse il teatro! Ho visto questa fila di universitari e mi sono infilato. Sono stato scelto e il caso ha voluto che durante il saggio finale ci fosse in sala quello che poi è diventato il Direttore artistico più importante del Teatro Stabile di Catania, Mario Giusti. Per l’inaugurazione del primo anno del Teatro andava in scena “Questa sera si recita a soggetto“. Mi ci sono ritrovato in mezzo per caso e ci sono rimasto per dieci anni!
Quella del Teatro Stabile di Catania è una scuola meravigliosa, una scuola umana, di vita, prima che artistica. Io ero il più piccolo e inesperto, tant’è che mi chiavano “gullottino“.
In quegli anni ho avuto l’occasione di recitare al fianco di attori di grande rilievo e di coltivare amicizie profonde come quella con Giuseppe Fava e Leonardo Sciascia. Ho avuto la fortuna di essere circondato da persone che mi hanno insegnato a vivere ed è grazie ai loro stimoli, alla loro fiducia e incoraggiamento che ho capito che c’era qualcosa di talentuoso in me. E alla fine…Ho spiccato il volo.>>

Tra le tante iniziative lodevoli, dobbiamo a lei la versione italiana dei videoclip realizzati dall’INGV per raccontare i vulcani e il loro impatto sul territorio. Il fuoco dell’Etna i catanesi ce l’hanno nel sangue, è un legame viscerale. Lei come descriverebbe il suo rapporto con il vulcano?

<<Nascere all’ombra di questo gigante ti forgia profondamente, è una timbratura che ti porti dentro per tutta la vita. L’Etna rappresenta una bussola per noi catanesi. La vedi stagliarsi maestosa già quando sei in aereo, sai che è lei la prima ad accoglierti in città. Se ne hai respirato l’aria sin da bambino non puoi che amarla appassionatamente. E’ un’altra di quelle cose che fa parte di me, che mi appartiene.
Inoltre, ho una mia teoria. Chi nasce al sole ha un’intelligenza più vivace, oltre ad una naturale predisposizione al sorriso, all’ilarità. E noi catanesi, oltre al sole e all’Etna, abbiamo anche una storia millenaria fatta di dominazioni passate e rintracciabile in primis nelle nostre vene e poi nell’architettura stessa della città. Il sangue di tutti i popoli che si sono avvicendati ci dona una diversità costruttiva che ci rende unici.>>

Leo Gullotta e il legame con la sua Catania

Leo Gullotta e il legame con la sua Catania. Fonte La Sicilia

Lo scorso anno è stato chiamato a narrare la vita di Santa Rosalia, patrona di Palermo, che ci insegna a “ritrovare il senso perduto di collettività”. Secondo lei, quale dovrebbe essere il vero significato della festa della “Santuzza” di Catania?

<<La Festa di Sant’Agata è senza dubbio l’evento più importante dell’anno, caratterizzata da una partecipazione emotiva enorme. La città viene inondata da persone: catanesi, turisti, devoti e curiosi. Il sacro e il profano si incontrano in questi giorni di celebrazione della Santa.
Ho tanti bei ricordi legati a questo evento. Da ragazzino ci riunivamo su una terrazza per vederla passare, in un tripudio di gente e colori. Era straordinario.
Inestimabile è anche il valore sociale di questa Festa. Soprattutto in un periodo come questo, in cui hanno reimmesso la paura, la fobia del diverso e la gente sta chiusa dentro casa, la Festa di Sant’Agata riunisce i cittadini e rinforza quel senso di appartenenza. Si riversano tutti nelle vie e nelle piazze, fianco a fianco e diventa tangibile quel desiderio di riprendersi la città e di riappropriarsi dei suoi spazi.>>

Una delle sue frasi che mi è rimasta più impressa è “Se non si è disposti a lottare a che serve essere vivi?” Qual è la sua battaglia personale?

<<Mi sta particolarmente a cuore questa frase che si trova impressa sulla tomba di Giuseppe Fava, a Palazzolo Acreide. Dovrebbe essere un monito per tutti. La vita è meravigliosa, ma bisogna saper lottare per la propria dignità e la per la propria libertà. Bisogna combattere per la vita stessa.>>

Caterina Spadaro

Autore: Caterina Spadaro

Sono nata a Roma, ma mi sono innamorata di Catania, delle sua bellezza, del suo calore e della sua voglia di vivere. Credo nello spirito intraprendente dei sui abitanti e nelle potenzialità di questa bella città baciata dal sole e protetta dall’Etna

Leo Gullotta racconta la sua inedita Catania, tra amore e rivalsa ultima modifica: 2019-02-22T10:19:44+01:00 da Caterina Spadaro

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