INTERVISTE

Alex Munzone: l’intervista all’artista catanese

Alex Munzone

Alex Munzone nasce a Catania nel 1979, città dove vive e lavora. Inizia a studiare batteria all’età di 9 anni. Consegue il diploma di laurea nel 2005 presso l’Accademia di belle arti di Catania. Nel 1997 fonda, assieme agli altri componenti, la band “Diane and the shell”. “KU KLUX KADEAU IN OPERA” è il suo primo album prodotto da Giuseppe Schillaci su etichetta Doremillaro (sb) Records. L’intervista per ItCatania

I CORNETTI SONO FINITI L'UNICA COSA DA FARE CON IL COLTELLO E' PREDISPORLO AL TAGLIO DELLA PROPRIA IDENTITA' SOPRATTUTTO QUANDO IN ESTATE, SOTTO IL SOLE, SI SQUAGLIA.

“I cornetti sono finiti, l’unica cosa da fare con il coltello è predisporlo al taglio della propria identità soprattutto quando in estate, sotto il sole, si squaglia.”

Alex Munzone, batterista e fondatore dei Diane and the Shell. “Ku Klux Kadeau in Opera” è il tuo primo disco solista. Come nasce l’esigenza di “raccontarsi”?

Dalla volontà di realizzare qualcosa di sbagliato, erroneo e che trascendesse dall’etica, ma non dalla morale narrata del quotidiano da cui tutti siamo afflitti.

L’album vuole porsi come un’opera teatrale, tanto da prendere in prestito la nozione
aristotelica dei tre atti. Ogni parte ha un inizio, un mezzo e una fine con tempi proporzionali. Ku Klux Kadeau in Opera consta di quattro brani per ogni atto. Da dove nasce l’idea di impostare il tuo primo album secondo i canoni teatrali e quanto influisce il teatro in Alex Munzone?

Prendendo atto che la vita non esiste e che è solo un racconto, una narrazione che acquista valore se ben espressa (ammesso che lo si voglia fare), non ci resta che argomentarne nell’unico modo possibile; affrontando il testo su un personale palcoscenico virtuale. “Ku Klux Kadeau in Opera” non fa altro che essere coerente con la narrazione della realtà che nel quotidiano rappresentato è sempre suddivisa in atti, in proporzioni che decifriamo e calendarizziamo, ad esempio, con l’ausilio dell’orologio che ci aiuta ad agevolare un tempo inesistente ricordandoci di un appuntamento dove forse incontreremo, se sufficientemente puntuali, noi stessi.

Oltre alla musica e al teatro, nel tuo lavoro si può riscontrare un forte legame con il cinema. Il video di “Asfissia nell’Abbandono” si snoda tra un noir, una commedia anni ’20 e con rimandi al Nosferatu di Murnau. Quanto è importante il cinema e come convivono in Alex Munzone queste tre arti?

Ogni cosa mi influenza. Tutto ciò che ha a che fare con una “narrazione”, preferibilmente scomposta, si pone su un palcoscenico quindi non esiste differenza tra teatro, cinema, letteratura, musica, pittura… come detto precedentemente, abbiamo necessità di suddividere in atti ogni frazione del nostro tempo relativo e per aiutarci spesso utilizziamo delle etichette per distinguere un linguaggio da un altro. Ho unificato la mia grammatica prediletta e ho stabilito dei parametri dandone un nome definitivo, ho chiamato il linguaggio eccelso “Errorifico” o “Caso dell’errore”; più mi avvicino casualmente all’errore più sto comprendendo sinceramente qualcosa di me, ergo il nemico è l’esattezza, la verità, la vita, ma soprattutto la vita vera nella speranza di una falsa vita migliore.

Il filo conduttore del disco è l’intolleranza umana elargita come dono. Cos’è l’intolleranza per Alex Munzone?

Un codice iscritto nella nostra forma genetica, tutti raccontiamo la nostra vita mettendoci dentro versi che hanno a che fare con l’intolleranza, i nostri diari di sopravvivenza ne sono colmi. Quindi non parlarne sarebbe stato ipocrita, personalmente credo d’aver fatto di più; ho realizzato un disco che racconta, in prima battuta, l’intolleranza verso me.

Si parla di paure, di energie fino all’inevitabile terzo atto destinato all’estinzione umana. Causa ed effetto?

E’ tutto unificato; ogni paura è una sostanziale presa di coscienza, quindi energia, che introduce al totale annientamento della sostanza e della forma di cui eravamo costituiti, le quantità d’esperienze non contano nulla, puoi comprendere il senso del tuo spazio anche solo attraverso il racconto di un fatto e ciò è al quanto pauroso.

Domanda di rito: quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Il mio futuro è il mio presente, ma soprattutto il mio passato; ho finito qualche settimana fa, in un lasso di tempo occidentalizzato davvero ridotto (nove giorni) intuendo d’aver raccolto una cospicua quantità di sbagli, la scrittura, la composizione, l’arrangiamento e la registrazione del mio secondo disco solista. Coerentemente al primo, la struttura sarà suddivisa in tre atti, ma presenterà l’intrusione di una voce narrante a compendio dei brani. Posso dire che è un lavoro biografico incentrato su un personaggio che ha deviato, con il proprio pensiero, il decorso dogmatico e lineare della storia. Un peccatore scomunicato, un assertore dell’universo infinito, ma soprattutto un narratore di vite.

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Bandcamp Doremillaro

Cristina Gatto

Autore: Cristina Gatto

Mi chiamano Chinaski e come il Perozzi di Amici miei, ho quasi dimenticato che il mio nome è Cristina. Ho una passione viscerale per il cinema e per la musica, colleziono vinili e oltre i libri leggo parecchi fumetti. Amo i gatti (nomen omen). Cos’altro aggiungere? Non pedalo perché non ho voluto la bicicletta, sono irriverente, sempre pronta alla battuta, dotata di autoironia (l’altezza l’avevano terminata) e come Luciano Bianciardi spesso mi domando “chissà se riuscirò a trovare la strada di Itaca, un giorno?”

Alex Munzone: l’intervista all’artista catanese ultima modifica: 2017-08-23T09:23:32+00:00 da Cristina Gatto

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