INTERVISTE

Mapuche: l’intervista al cantautore catanese

Il Sottosuolo è il nuovo album di Mapuche, creatura del cantautore catanese Enrico Lanza. Un disco che suona come uno schiaffo all’omogeneo panorama musicale contemporaneo. Asciutto e spietato, in cui non vi sono dogmi e non vi sono cliché. Nove racconti che affondano le radici nella memoria dell’artista. Memorie in cui Mapuche si snoda tra accordi secchi di chitarra e parole che somigliano a coltelli. Il suo ultimo lavoro è una perla di rara magnificenza che riesce a scardinare il nostro personale sottosuolo. Un viaggio nei meandri della nostra memoria; nel quale avere il coraggio di accettare i nostri demoni e poter dire come “è impossibile spiegarti il disperato bisogno di tenerti accanto, di renderti infelice”.

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Mapuche, il Sottosuolo è un schiaffo, un disco di rara bellezza. Le parole incalzano in maniera asciutta e spietata. Ogni brano è capace di aprire i cassetti della nostra memoria. Da dove è nata l’esigenza di raccontare i propri ricordi?

L’esigenza di raccontare i propri ricordi fa parte di un determinato percorso che ho iniziato con il primo disco, è una sorta di tentativo di mettersi a nudo, ne L’uomo nudo l’ho fatto in maniera fisica/esteriore, Autospia è un introspezione psicologica e questa volta è toccato alla memoria il compito di scavare alla ricerca delle parti nascoste.

Un disco diverso dai precedenti, nove brani, nove racconti, nove fotografie dove emerge Enrico Lanza. C’è ancora posto per Mapuche?

È normale che più avanti si procede e più la creatura assomigli a colui che l’ha inventata, è anche normale che inconsciamente essa diventi l’ideale proiezione. Poi inoltre è anche inevitabile che un linguaggio giunga alla conclusione, altrimenti c’è il rischio che si sfoci nel manierismo e in un certo senso il rischio di comprometterne la poetica. Pertanto ho cercato in questo disco di introdurre nuovi elementi, è prematuro però dire se riusciranno ad aprire realmente nuove porte e sanciranno la definitiva separazione.

Il Sottosuolo è il nuovo album di Mapuche. Uscito il 28 Aprile su etichetta Doremillaro /Bandbackers, prodotto da Cesare Basile

Il Sottosuolo è il nuovo album di Mapuche. Uscito il 28 Aprile su etichetta Doremillaro /Bandbackers, prodotto da Cesare Basile

La produzione è stata affidata ad un grande nome, quello di Cesare Basile. Com’è stato lavorare e collaborare con lui?

Cesare ha una forte personalità e le idee molte chiare, è stato piacevole e anche utilissimo lavorare con lui. Però come ho già detto altre volte, mi è piaciuto il clima che si è instaurato durante le registrazioni con tutti i musicisti che ne hanno fatto parte, musicisti che hanno dedicato molto tempo e molte energie al disco. Questo clima partecipativo e coinvolgente ha consentito a tutti, compreso Cesare in cabina di regia, di riuscire a tirare fuori le migliori soluzioni.

Nel videoclip di “Il Sottosuolo” Mapuche non compare. Al suo posto si forma una figura dai contorni umani fatta di scarti, di ossa, di fotografie. Una metafora? L’umanità fatta di accozzaglie e di connubi? Come nasce questo video affidato alla regia di Francesca Tradii?

Un paio di mesi fa contattai Francesca per parlare dell’idea che avevo in testa per il video de “Il Sottosuolo”. Lei accettò senza esitare, pensai a lei perché ha uno stile visionario e la considero un talento. L’idea era quella di rendere protagonista il luogo, come in un certo senso traspare anche dalla canzone. Un luogo che attraverso la memoria, rappresentata dai vari scarti presenti nel video, riesce a generare un essere umano nella sua forma più cruda. Ancora una volta l’intenzione era quella di dare un peso alla memoria.

Il sottosuolo è stato realizzato attraverso una campagna di crowdfunding. Sono state spese tantissime parole da parte di critici e giornalisti musicali, ma qual è il punto di vista dell’artista che utilizza questo strumento? E soprattutto, cosa mi dici di Bandbackers?

Si ricorre al crowdfunding per esigenze principalmente economiche, questo va detto senza tanti giri di parole. Io fino a un paio di anni fa ero piuttosto critico sul crowdfunding; come tanti lo ritenevo superficialmente una forma di elemosina. Fortunatamente realtà come bandbackers mi hanno fatto ricredere sulla funzione del crowdfunding, perché Bandbackers è sostanzialmente diverso. Non è un semplice supporto economico all’opera di un artista, è più partecipativo, ti sollecita a scommettere più attivamente. Secondo me potrebbe anche rivelarsi innovativo e riuscire a rappresentare in modo più diffuso un nuovo modo di produrre musica.

Ho saputo che attualmente vivi a Bergamo. Quanto è importante ancora oggi il sottosuolo catanese per Mapuche?

Ho sempre cercato fin dal primo disco di raccontare storie che non fossero condizionate dal territorio in cui vivessi, che esulassero da questo aspetto, storie che reputavo più universali e non legate all’ambiente. Perciò ho sempre preferito non fare riferimenti a Catania, e quando mi capitava di citare alcuni luoghi, erano pur sempre luoghi lontani mai visitati e avevano più che altro una funzione allegorica. Ho sempre pensato che Mapuche vivesse una condizione esistenziale che non dipendesse dal territorio e inoltre il processo compositivo era un indagine interiore.

Però quando ascolto i miei dischi succede che io pensi involontariamente a Catania, come se fosse uno scenario invisibile, e la cosa più assurda che è successo anche ad altri miei amici. La cosa mi dispiace, però fa anche un certo piacere, perché se da una parte significa che la mia intenzione iniziale è clamorosamente fallita, dall’altra conferma il forte legame che ho con la mia città. Vivo a Bergamo sostanzialmente per lavoro, adesso non so dirti cosa prevede il futuro, se scriverò canzoni con l’intenzione di trascurare i luoghi, come ho sempre fatto, oppure cambierò idea. Quello che posso dirti è che Catania per me rappresenta molto, nel bene e nel male, e che quasi sicuramente continuerà a fare parte delle mie canzoni, anche involontariamente.

Cristina Gatto

Autore: Cristina Gatto

Mi chiamano Chinaski e come il Perozzi di Amici miei, ho quasi dimenticato che il mio nome è Cristina. Ho una passione viscerale per il cinema e per la musica, colleziono vinili e oltre i libri leggo parecchi fumetti. Amo i gatti (nomen omen). Cos’altro aggiungere? Non pedalo perché non ho voluto la bicicletta, sono irriverente, sempre pronta alla battuta, dotata di autoironia (l’altezza l’avevano terminata) e come Luciano Bianciardi spesso mi domando “chissà se riuscirò a trovare la strada di Itaca, un giorno?”

Mapuche: l’intervista al cantautore catanese ultima modifica: 2017-07-14T09:51:34+00:00 da Cristina Gatto

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