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La leggenda del cavallo del vescovo

Cavallo vescovo

Un’insolita e alquanto coinvolgente leggenda narra di un cavallo e di un uomo dalle infinite efferatezze. Parla dell’Etna, colonna del cielo e di Re Artù, mito capace di attraversare le epoche. Una leggenda che nasce tra la pietra lavica e che si dipana in frasi oscure e luminose. In bilico tra puro astrattismo e l’immagine vivida della Sicilia. La leggenda del cavallo del vescovo.

Etna

«… l’Etna nevoso, colonna del cielo d’acuto gelo perenne nutrice lo comprime. Sgorgano da segrete caverne fonti purissime d’orrido fuoco, fiumi nel giorno riversano corrente di livido fumo e nella notte rotola con bagliori di sangue rocce portando alla discesa profonda del mare, con fragore.» Pindaro, Pitica I 470 a.C.

Leggenda del cavallo del vescovo

C’era una volta un crudele imperatore. Si chiamava Enrico VI e regnava con ferocia in Sicilia. Impose alla bella isola vescovi e dignitari a lui fedeli, scegliendo ogni rappresentante in base a qualità tra le più abiette. Di crudeltà fecondi, trascorrevano le ore nel compiacimento dell’altrui dolore. Tra tutti, una figura spiccava e non certo per magnanimità: il Vescovo di Catania. L’uomo tra i più spietati, amava solo il suo cavallo e affidò il suo bene più prezioso ad uno scudiero e a due palafrenieri per potarlo a passeggio sui sentieri dell’Etna. Il cavallo del vescovo, colto da fastidio o attirato chissà da quale magia, si imbizzarrì. Intraprese una corsa senza sosta fino alla cima del vulcano. I due palafrenieri, stanchi e stremati, decisero di ritornare a Catania al contrario dell’impavido (o forse saggio) scudiero e com’è facile intuire furono decapitati senza alcun indugio.

Il cavallo, sull’orlo del cratere, in un sol balzo si rifugiò al suo interno. Inutile raccontarvi del moto di tristezza e della crisi di pianto del nostro povero scudiero al pensiero di far ritorno dal vescovo a mani vuote. Solo e perduto, in quella terra aspra e magnifica, improvvisamente si accorse di una presenza. Un uomo in là con gli anni e dalla monumentale barba canuta, aprì bocca e disse «So bene perché piangi, ma non disperare. Non versare altre lacrime e seguimi. Ti mostrerò dov’è andato a finire il cavallo che tu cerchi.» Lo scudiero, per ingenuità e disperazione, si lasciò prendere per mano dall’uomo e lo seguì attraverso un passaggio segreto che dal fumo del vulcano portava ad una lussureggiante sala. Un paradiso di meraviglia tra cristalli e sfavillanti lampadari dove al centro si ergeva un trono fatto interamente d’oro e sul quale sedeva il leggendario Re Artù.

Leggendadelcavallo

«Volgarmente quel monte dicesi Mongibello; e narran gli abitatori essere apparso ai dì nostri, fra le sue balze deserte, il grande Artùro.» Otia Imperialia, Secunda Decisio di Gervasio di Tilbury

Sogno o son desto?

Il Re, rivolgendosi allo scudiero, gli mostrò il cavallo e con parole solenni pronunciò «Torna dal tuo vescovo e dì che sei stato alla corte di Re Artù. La sua crudeltà e la sua prepotenza, di cui è degno rappresentante del suo imperatore Enrico VI, hanno stancato persino la pazienza di Dio. Il cavallo gli sarà restituito soltanto se si presenterà al mio cospetto entro quattordici giorni. Non uno di più. Al quindicesimo giorno egli morirà.» Re Artù gli regalò un mantello e una borsa ricca di denari prima di congedarlo. Lo scudiero, in un baleno, si ritrovò sull’orlo del cratere. «Sto forse sognando?» Pensò in guizzo, ma quel mantello e quella borsa ormai gli appartenevano, qual testimonianza del loro incontro. Tornò a Catania e il vescovo udito il racconto si fece gran beffe di lui. Decise tuttavia di non farlo decapitare e lo fece imprigionare.

La leggenda del cavallo del vescovo narra che per ben quattordici giorni, lo scudiero, prelevato dalla sua cella fu costretto ad essere interrogato dal vescovo. Il racconto somigliava ormai ad una cantilena. Non un dettaglio, non una parola fuori posto. Lo scudiero esponeva con meticolosità sempre la stessa storia. Il vescovo, nel frattempo, inviava cavalieri e guardie sull’Etna che non facevano ritorno. Il prelato, all’alba del quindicesimo giorno, sentenziò «Tu sei uno stregone. Ti sei divertito a far sparire non solo il mio cavallo, ma anche i miei cavalieri e tutte le mie guardie. Non la forca o la decapitazione, ma il rogo!» Nel pronunciar tali parole, si issò in piedi, ma strabuzzando gli occhi fece una giravolta e cadde in terra morto.

Esistono diverse versioni e tante altre sul mito di Re Artù in Sicilia, tra queste le fonti che le riportano sono di Gervasio di Tilbury, Cesario di Heisterbach e Stefano di Borbone. Ho deciso di scrivere, rivedendo e usando un po’ di fantasia, il racconto di Giuseppe Costanzo, nostro fidato lettore. Facendo qualche ricerca, posso azzardare che le leggende di Artù legate alla nostra Etna, devono essere state importate in Sicilia probabilmente ad opera dei Normanni, come suggerisce Simone Brusca.

Cristina Gatto

Autore: Cristina Gatto

Mi chiamano Chinaski e come il Perozzi di Amici miei, ho quasi dimenticato che il mio nome è Cristina. Ho una passione viscerale per il cinema e per la musica, colleziono vinili e oltre i libri leggo parecchi fumetti. Amo i gatti (nomen omen). Cos’altro aggiungere? Non pedalo perché non ho voluto la bicicletta, sono irriverente, sempre pronta alla battuta, dotata di autoironia (l’altezza l’avevano terminata) e come Luciano Bianciardi spesso mi domando “chissà se riuscirò a trovare la strada di Itaca, un giorno?”

La leggenda del cavallo del vescovo ultima modifica: 2018-04-16T18:42:45+00:00 da Cristina Gatto

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