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Villa Scabrosa: la storia dimenticata del giardino lavico

Villa Scabrosa, Luigi Mayer, 1810

Villa Scabrosa è un ricordo che riaffiora da lontano. Un nero basalto lavico che diventa una sfumatura sempre più percettibile. La vista cerca di abituarsi a tanta ombra, scorge un dettaglio, poi un altro. Un disegno, una fotografia che diventano pezzi di un puzzle. L’immagine assume una forma dai contorni frastagliati. La memoria vacilla ancora un po’, ma non vuole cedere all’oblio. L’orecchio si tende all’ascolto, una parola, qualche frase e poi un racconto. Ed ecco che Villa Scabrosa appare nella sua interezza. Aspra e magnifica.

H. Swinburne, Villa Scabrosa, 1785 di Istituto Statale d'Arte Catania

H. Swinburne, Villa Scabrosa, 1785 di Istituto Statale d’Arte Catania

La Villa Scabrosa del principe di Biscari: ragione contro natura

Il racconto catanese comincia precisamente dopo l’eruzione dell’Etna del 1669, considerata la più devastante in epoca storica. Il protagonista si chiama Ignazio Paternò Castello V principe di Biscari, uomo di cultura e dalle straordinarie intuizioni. La realizzazione delle due opere di rarissima bellezza: il Laberinto (confluito nel Giardino Bellini) e Villa Scabrosa (ribattezzata anche con il nome di Villa della Lava), si devono alla sua generosità. La zona che andava dal Castello Ursino fino alla vecchia via della Concordia era un fluire di terrazze laviche. Una di queste presentava una conca presso la quale scorreva una grossa vena d’acqua; ed è qui che iniziarono i lavori nel 1760 dopo che il principe ottenne dalle autorità demaniali il permesso per costruirvi un giardino di tipo architettonico. Colto da un’idea, cambiò il progetto prefissato.

Ordinò che il rustico della villetta venisse lasciato allo stato iniziale e fece trasportare la terra per piantare gli alberi. Villa Scabrosa coincideva con la rinascita della città di Catania, la creazione di una villa che affondava le sue radici nel fuoco della lava. Ma la nostra è anche la storia della ragione, del pensiero razionale di uomo illuminato. Del principe che vuole dimostrare come un deserto vulcanico possa essere colonizzato da una ricca vegetazione. Immaginate il Laberinto: un orto botanico ricco di piante misteriose, di specie rare nate dalla mescolanza dell’acqua dolce e salata. Filari di cipressi, piccole grotte e intricati sottopassaggi. Due grandi vasche di acqua dolce alimentate da sorgenti che sgorgavano dalla lava. Zampilli del fiume Amenano, colmo di pesci e di uccelli acquatici.

R. Bowyer, Villa Scabrosa, 1809 di Istituto Statale d'Arte di Catania

R. Bowyer, Villa Scabrosa, 1809 di Istituto Statale d’Arte di Catania

Amori proibiti e la decadenza di Villa Scabrosa

Un gioiello capace di attirare la curiosità dei cittadini e dei turisti che annotavano dettagli e particolari nei loro diari di viaggio. Un luogo romantico e solitario, un’opera d’arte per Catania, ma anche teatro di incontri furtivi e scenario di amori proibiti da parte di nobili fanciulle e ricchi signori. Un posto che diede scandalo, pretesto per invidie, maldicenze e capro espiatorio. Le continue malattie che si verificarono nella zona di Villa Scabrosa, convinsero i catanesi ad abbandonare quel luogo. Il racconto, che forse sarebbe potuto iniziare con un “C’era una volta”, non si conclude, ahimè, con il proverbiale lieto fine. Dopo la scomparsa di Ignazio Paternò Castello, la villa venne completamente abbandonata e l’orto venne venduto al Comune.

Completamente stravolto, fu sistemato e unito all’Orto del Salvatore da Filadelfo Fichera come giardino pubblico e intitolato a Vincenzo Bellini. Villa Scabrosa, figlia dell’Etna e della ragione di uno degli uomini più importanti della società dell’epoca; luogo che tanto “offendeva” la morale di alcuni cittadini, forse proprio da questo il suo nome, oggi non esiste più.  L’intera area fu adibita alla semina e la necessità di far fronte ai debiti da parte degli eredi, vide un progressivo smantellamento della costruzione. Villa Scabrosa, fulgida pietra nera, vive nei vaghi ricordi. Nei racconti tramandati da generazione in generazione, nelle testimonianze pittoriche e nel nome dell’omonima via.

Questo articolo è nato da una riflessione di Giuseppe Costanzo sul gruppo di itCatania

Cristina Gatto

Autore: Cristina Gatto

Mi chiamano Chinaski e come il Perozzi di Amici miei, ho quasi dimenticato che il mio nome è Cristina. Ho una passione viscerale per il cinema e per la musica, colleziono vinili e oltre i libri leggo parecchi fumetti. Amo i gatti (nomen omen). Cos’altro aggiungere? Non pedalo perché non ho voluto la bicicletta, sono irriverente, sempre pronta alla battuta, dotata di autoironia (l’altezza l’avevano terminata) e come Luciano Bianciardi spesso mi domando “chissà se riuscirò a trovare la strada di Itaca, un giorno?”

Villa Scabrosa: la storia dimenticata del giardino lavico ultima modifica: 2017-06-29T10:40:13+00:00 da Cristina Gatto

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