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Neviere dell’Etna: la lunga strada della neve

Le neviere dell'Etna

Neviere dell’Etna: parlarne significa raccontare una storia. La storia di un’isola calda, dei suoi mestieri, del lungo viaggio della neve, dalla muntagna alla città. E, una volta giunta in città, dell’arte di trasformarla persino in cibo.

Per la Sicilia, con le sue lunghe stagioni e le sue di certo non abbondanti piogge, la neve è un bene prezioso quanto necessario per affrontare le estati a più livelli. Prima dell’avvento dei freezer, le aree più fortunate sotto questo punto di vista erano di certo quelle pedemontane e, ovviamente, il catanese con la sua vetta d’eccellenza: l’Etna. In questa zona, così come altrove, per garantirsene un certo approvvigionamento annuale, esisteva una vera e propria “filiera” della neve: dalla conservazione, al trasporto, all’uso. E proprio gli usi erano dei più svariati: andavano dalla conservazione degli alimenti, alla cucina (ma solo per le famiglia più ricche: la neve era quasi un bene di lusso!), all’uso medico. E non solo per i catanesi: avreste mai pensato che la neve dell’Etna viaggiasse via mare fino a Malta?

Le neviere naturali

Le cosiddette “neviere” erano i luoghi deputati alla conservazione della neve. Queste potevano essere della cavità naturali come dei luoghi approntati o costruiti del tutto per poterla contenere e mantenere.

Parlando di niviere naturali, a questo scopo erano spesso utilizzate le grotte naturali dell’Etna. Un aneddoto vede una grotta dell’Etna, nota come Grotta dei Ladri, in un acquerello di Jean Houel custodito all’Ermitage di San Pietroburgo, realizzato dall’artista nel 1782. Anzi, è proprio anche grazie a Houel che sappiamo quanto accadesse nella ribattezzata “Grotta della Neve”.
Vi siete mai chiesti come mai ci siano dei gradini per entrarvi? O ancora, a cosa servissero quei pozzi che la caratterizzano?

La “Grotta della neve”

Dalle parole di Houel: << Sulla montagna chiamata Finocchio, montagna che, sebbene assai considerevole, non è altro che una protuberanza dell’Etna, le acque hanno scavato da poco tempo una grotta, insinuandosi sotto le lave e portando con sé la pozzolana che serviva da letto a queste lave. Il proprietario della zona ha riconosciuto che il luogo era adatto per ricavarne un magazzino da neve […] . Questa grotta fu affittata o venduta all’Ordine di Malta, il quale, sulla roccia bollente dov’è posto, non trovando né ghiaccio, né neve, ha affittato sull’Etna parecchie caverne, dove persone a sue spese hanno il compito di accumulare e conservare la neve. […] La grotta è stata quindi sistemata a spese dell’Ordine: sono state costruite delle scale; sono stati scavati due specie di pozzi da dove si getta la neve, e da dove prende luce la grotta. Al di sopra della stessa grotta è stata spianata una grande di stesa di terreno; attorno sono stati costruiti dei grossi muri, in maniera tale che, quando i venti, che sono violenti a questa altitudine, trascinano la neve dalle rocce superiori e la gettano in questa cinta di muri, la neve si deposita e si raccoglie.

neviere dell'etna: grotta dei ladroni

Le grotta della neve, Jean Houel, Parigi, 1782

Quindi la si getta dai pozzi nella grotta, la si ammassa e la si conserva senza che il calore dell’estate la faccia sciogliere. Lo spessore della lava, che le serve da soffitto, la protegge. Quando la stagione degli imbarchi sopraggiunge, si mette la neve in grandi sacchi, che si riempiono con forza; la si batte bene e questa compressione le da consistenza e la rende molto pesante: degli uomini la trasportano fuori dalla grotta, come l’ho qui rappresentata, e la mettono sui muli che la portano a riva dove delle piccole navi l’attendono. Prima di mettere i mucchi di neve nei sacchi, si avvolgono di foglie fresche affinché nel trasporto dalla grotta al mare, le foglie la proteggano dal calore del sole. Ho visto blocchi talmente compressi, e la cui neve era così pura, che si potevano scambiare per dei pezzi di cristallo della più bella trasparenza>>.

I Nivaroli e le “tacche murate”

Ebbene si, esisteva un vero e proprio mestiere che dalla neve prendeva anche il nome: il nivarolo. Nivarolo era colui che andava “lavorava” la neve, preparandola alla raccolta e al trasporto estivo. Era una pratica, infatti, che con i suoi vari passaggi ricopriva l’arco di un intero anno, avendo la sua prima fase nel mese di ottobre. Laddove non esistevano insenature naturali, queste venivano create artificialmente e prendevano il nome di “tacche murate”. Queste erano delle grandi fosse, realizzate a circa 2000 metri d’altitudine e in modo da esser ben esposte all’innevamento.

Compito inaugurale del nivarolo, e generalmente iniziato nel mese di ottobre, è quello di ripulire le tacche da pietre o residui del precedente ciclo di lavorazione.

Dopo che nel mese di febbraio le tacche si sono ben riempite, occorre misurare lo spessore dello strato nevoso. Ecco che allora una squadra di operai si recava, nel mese di marzo, in direzione delle neviere, rilevando la profondità tramite delle aste di ferro. Cominciano così i lavori di preparazione dello scavo.

tacche murate sull'etna

Le neviere artificiali: le “tacche murate” (fonte foto: http://www.etnanatura.it/emergency/altro/dettaglio.php?codice=2)

La preparazione della neve

Ci racconta il più volte citato Giuseppe Pitrè:
<<Il vero lavoro di preparazione dello scavo si compie di notte soltanto, perché di giorno esso sarebbe troppo faticoso a causa del calore solare che fa fondere la superficie nevosa. Al lume della luna e delle torce, gli operai ricoprono la superficie utilizzabile con uno strato di cenere alto 30 centimetri, avente agli orli uno spessore doppio: lo scopo do siffatta copertura è di difendere la neve dall’azione dei caldi raggi solari. In tal modo, si preparano quattro o cinque tacche, a seconda dell’abbondanza della neve, che vengono aggiudicate ad un imprenditore, il quale è passibile di una fortissima multa nel caso che lasciasse Catania priva di neve>>.

Neviere dell’Etna: dalla montagna, la neve arriva in città

L’estate è il tempo della raccolta della neve. Ripulita dal suo scudo di cenere, la neve viene divisa in tanti rettangoli, con solchi profondi fino a un metro e mezzo. L’acqua, scongelata dal sole durante il giorno, si ricongela la notte penetrando nei solchi, che dividono così la massa in blocchi.
<<Questi blocchi vengono ricoperti con foglie di felci e di castagni, poi chiusi entro sacchi, di cui un paio per ogni animale è portato a dorso di carri. la neve è distribuita a Catania e alle altre città vicine>>.

E non solo, come dicevamo, in città. Le neviere dell’Etna immagazzinavano la neve che partiva dai porti di Catania e Riposto e riforniva altre parti d’Italia e, sistematicamente, l’isola di Malta. Giunta a destinazione, veniva così impiegata non soltanto per refrigerare, ma anche per la preparazione di sorbetti, gelati e, non ultime, le tanto amate granite.

Natasha Puglisi

Autore: Natasha Puglisi

Dopo aver letto d’ogni, scritto altrettanto, gestito una libreria e compreso la mia vera vocazione, passo al Dark Side dell’editoria: la redazione.
Cosa sapere sul mio conto? Amo la mia città sotto l’Etna, la musica indie, ovviamente la buona letteratura, i viaggi disorganizzati, i biscotti e i pancake (questi ultimi in particolare, li faccio meglio di come faccio i libri). La Sicilia è il mio stato d’animo: non potrei vivere in nessun altro luogo che non le somigli almeno un po’.

Neviere dell’Etna: la lunga strada della neve ultima modifica: 2018-02-15T10:18:25+00:00 da Natasha Puglisi

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