Donne in carcere, un libro che le racconta

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Donne in carcere, un libro che le racconta

Katya Maugeri mentre presenta il suo libro ph Angela Strano

Katya Maugeri mentre presenta il suo libro ph Angela Strano

Un tema, quello della detenzione femminile, quasi dimenticato. Un fenomeno che permane ma resta nel più assordante silenzio. Tutte le cose che ho perso è un libro scritto da Katya Maugeri, la cui presentazione ha trovato luogo lo scorso giovedì pomeriggio presso il Bastione degli Infetti. Un’occasione per riflettere sulla condizione delle donne in carcere, quindi riferimenti al loro vissuto.

Uno scambio interattivo

Introduce l’incontro Elvira Tomarchio del Comitato Antico Corso, con cenni sulla storia del Bastione degli Infetti. Una realtà che, attraverso varie rivendicazioni, è riuscita a far rendere il luogo fruibile per la collettività. I/le soci/e del Comitato si prendono cura del Bastione, tendendo sempre alla bellezza. La presentazione di Tutte le cose che ho perso vede un dialogo tra Rosario Faracie l’autrice Katya Maugeri. Giornalista d’inchiesta e scrittrice, per lei la comunicazione è fondamentale affinché si veicolino pure i contenuti più ignoti. Faraci porge i suoi ringraziamenti alla casa editrice Villaggio Maori che ha permesso la pubblicazione del libro. Katya racconta le donne in carcere a Rebibbia, con tutte le loro storie. Il suo scritto precedente è Liberaci dai nostri mali, trattante la detenzione maschile; tra i due lavori quindi affiora un differente orientamento emotivo.

L’associazione Antigone illustra i numeri della detenzione femminile. Le donne costituiscono solo il 4,2% della popolazione carceraria e hanno commesso solo il 18% dei reati. Numeri irrisori che giustificano il silenzio inammissibile sul tema; la letteratura sulle detenute è assolutamente esigua. L’autrice, coi suoi due libri, racconta il fenomeno della detenzione secondo la prospettiva e il vissuto di entrambi i sessi. Due scritti che presentano la medesima impostazione (entrambi di sette capitoli), in cui emerge il tema della violenza, così intimo e delicato, specie per le donne, di cui spesso non si parla. Nel corso della presentazione vi è stato l’intermezzo di Donatella Marù, attrice teatrale e docente di dizione fonetica, con la lettura di un brano tratto dal libro.

Il vissuto delle donne in carcere

L’istituto penitenziario è strutturato al maschile, ad esempio manca il bidet; in passato le carcerate se ne procuravano uno mobile di metallo. Per troppo tempo la donna oggetto di stigma sociale, anche non avendo commesso alcun reato, ha trovato internamento nei manicomi; il carcere quindi adibito alla reclusione degli uomini. Spesso le donne sono state compagne d’un criminale, restando in sordina. Le detenute hanno commesso soprattutto reati legati al furto, come la tossicodipendenza, la più anziana intervistata è stata incarcerata per associazione mafiosa a delinquere. Molte, infatti, tendono al riscatto dall’egemonia maschile e i soprusi subiti. Donne piene di moltitudini, poiché la loro esistenza è stata segnata da pesanti violenze, di qualunque tipo, ognuna ha la sua storia da raccontare. Il libro non è romatico e non giustifica la loro condotta, ma dà voce ad una minoranza silente.

Tra le detenute c’è chi ha scelto di essere leader o tossicodipendente, quindi di annullarsi. Katya Maugeri, nello scrivere, conduce chi legge direttamente nella quotidianità di ciò che si vive in cella, detta impropriamente “stanza di pernottamento”. Attraverso le storie delle donne in carcere, affiora la situazione di estrema precarietà vissuta. L’intervistata più anziana definisce le lacrime versate in galera “sudore degli occhi”. Ancora l’Italia fatica a rendere le carceri luogo riabilitativo anziché repressivo; esse presentano un alto tasso di recidività. Pure per le detenute si prevedono programmi di inserimento socio-lavorativo. Ci sono quelle che metabolizzano il loro vissuto complesso e seguono il percorso.

Ma diverse donne, cioè chi non accetta la detenzione e non riesce a reagire, trova l’annullamento di se stessa. Esse dipendono dal cartello di felicità, in realtà mortifero, con psicofarmaci presi tre volte al giorno, i quali annientano ogni anelito di riscatto esistenziale. La salute mentale in carcere è una questione quasi sempre trascurata; questo costituisce la base di ogni crimine. Frequenti poi nelle strutture penitenziarie sono i suicidi: ciò è il risultato estremo della mancanza di ascolto, specie del proprio corpo che riflette i traumi della psiche. Le detenute trovano difficoltà ad accettare il loro vissuto poiché avvertono sulla loro pelle lo stigma.

libro dedicato alle donne in carcere
Tutte le cose che ho perso, dedicato alle donne in carcere ph Angela Strano

Una realtà dura

Emerge una povertà intellettuale nell’affrontare i problemi sociali. Dalla storia di ogni detenuto/a scaturisce una doppia tragedia, il reato commesso prima e la spaccatura tra chi delinque e la società. Una frattura che resta, per quanto i percorsi riabilitativi possano funzionare. Le donne in carcere tendono ad abbellire la cella, un modo per trovare conforto alla propria condizione. Le detenute possono manifestare affetto tra loro, come possono farsi violenza reciproca. Katya Maugeri, col suo libro, non induce al perdono, né alla giustificazione: vuol creare consapevolezza rispetto alla realtà vissuta dalle donne in carcere. Una scrittura generativa che porta riflessioni più ampie, in cui l’autrice rende fruibile a chiunque il risultato della sua inchiesta. Il colibrì (immagine copertina del libro) vola e quindi lo scritto non appartiene più in senso stretto a chi lo ha generato.

Un libro come risultato di un cammino introspettivo, da cui si riscontrano sia la forza che la fragilità. Il tema della reclusione è trattato dai mass media e visto dall’opinione pubblica con totale banalità. Molto spesso il potere mediatico tratta i casi di cronaca nera solo per propaganda. Difficilmente si vogliono capire le cause del crimine, che sono quelle da abolire per volgere alla giustizia sociale. Non si tratta di lasciar liberi di nuocerei criminali, ma di capire che il carcere, con la sua organizzazione, non è un deterrente verso i reati. Ad esclusione dei casi di grave infermità mentale, tutti i crimini, pure i più efferati, vengono da una struttura sociale che porta disuguaglianza, oppressione, violenza, sfruttamento, prevaricazione, vessazione e ancora molto altro. Le donne in carcere, prima di delinquere, hanno vissuto questo, come stupri da figure familiari.

Tutte le cose che ho perso dà loro voce, affinché si vada oltre i luoghi comuni e si parli di un fenomeno troppo ignorato. Da ricordare le considerazioni, nel corso della presentazione, sulla giustizia riparativa. Un percorso delicato che prevede il confronto tra vittima e carnefice.

Donne in carcere, un libro che le racconta ultima modifica: 2023-07-15T10:37:24+02:00 da Angela Strano

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