Intervista all’avvocato Frida Simona Giuffrida per la rubrica “A tu per tu con gli eroi di tutti i giorni”. Rubrica a cura degli studenti del secondo anno della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios.
Affrontare il tema della separazione di una coppia sposata significa confrontarsi con il fallimento di un progetto di vita comune, che interessa l’intera famiglia, non soltanto i due coniugi. Lo sanno bene gli avvocati specializzati in questo settore, che ogni giorno affrontano le diverse sfaccettature relative alla fine di un rapporto matrimoniale. Ecco perché occorre rompere il pregiudizio collettivo verso l’avvocato “divorzista” e comprendere il cambiamento e l’evoluzione di questa professione. La definizione più corretta è “avvocato familiarista” perché esperto nel diritto di famiglia e in quello minorile.
Noi corsisti del secondo anno della Scuola di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios abbiamo approfondito il tema intervistando Frida Simona Giuffrida, professionista con decenni di esperienza alle spalle, che ci ha fatto scoprire meglio le dinamiche di una professione nata per rendere legale la fine di un matrimonio e nel corso del tempo cambiata per poter supportare e assistere le esigenze di un sistema ben più fragile e complesso.
Premesso che qualunque avvocato è costretto a confrontarsi con argomenti spinosi. È lecito pensare che quello del divorzio e della coppia/famiglia sia il ramo più delicato e umanamente doloroso della professione?

«Sì, credo che sia l’argomento più difficile da trattare, se non dal punto di vista strettamente giuridico, certamente da quello emotivo. Nell’immaginario collettivo ci si rivolge a un avvocato per risolvere un problema, possibilmente in tempi veloci. Quando il problema è tra le mura domestiche l’esigenza si avverte ancora più forte. Solo che in questo caso non si tratta più soltanto del fallimento di un rapporto tra persone, ma del fallimento di un progetto di vita che, quando ci sono figli, non termina con la rottura della coppia. È un rapporto che continua necessariamente e che costringe a rivedere la gestione familiare in un’ottica diversa, con la difficoltà di mettere da parte i sentimenti. Per questo oggi non si parla più solo di separazione e divorzio. Bensì di affidamento di figli anche da relazioni non matrimoniali e, più in generale, di patologie della famiglia»
Cosa l’ha spinta come avvocato a scegliere di specializzarsi in quest’ambito?
«Ci sono diverse ragioni, ma è soprattutto una vocazione naturale. Il diritto di famiglia mi ha appassionato sin dagli anni dall’università. Ho cominciato a fare pratica in uno studio di diritto civile che non era specializzato in materia, così ho deciso di approfondire l’argomento con un corso formativo. Fin quando ho dovuto affrontare una separazione dolorosa all’interno della mia famiglia. Credo sia stato proprio quello il momento in cui ho sentito la necessità di svolgere questo ruolo non solo da avvocato dietro la scrivania, ma come persona che si siede accanto al cliente».
Non tutte le separazioni sono uguali. Secondo la sua esperienza ci sono dei patternripetitivi nella dinamica relazionale che portano due persone a divorziare?
«L’immaginario collettivo è ricco di situazioni stereotipate come l’infedeltà, la rabbia, l’astio, i problemi economici e così via. In realtà, questi sono aspetti che possiamo considerare come una categoria macroscopica all’interno della quale bisogna, invece, sottolineare il fatto che ogni famiglia ha un proprio schema che è sempre e assolutamente unico. Mi capita spesso di incontrare clienti che vorrebbero distruggere il partner. Allora mi approccio con una prima fase di “svuotamento”: chi ho davanti ha un bisogno fortissimo di esprimere ogni suo risentimento in maniera particolareggiata, a volte molto intenso. Solo successivamente posso stabilire un dialogo più sereno per raggiungere una linea condivisa di comunicazione empatica.
Il mio obiettivo è, non solo quello di pacificare l’animo dei miei assistiti. Ma soprattutto di condurli, attraverso vari colloqui, verso un ragionamento di autoresponsabilizzazione, alla ricerca delle cause e concause della separazione. La cosa più importante per me è avviare insieme una riflessione profonda su eventuali situazioni negative che possono impattare sui figli minori, affinché si trovi la soluzione migliore nel loro interesse. Ritengo che la mia funzione, la funzione dell’avvocato familiarista, sia quella di filtrare e impedire che si arrivi all’irreparabile».
Come si affrontano i casi in cui ci sono state violenze domestiche con presenza di minori?
«Non mi occupo di diritto penale per cui in questi casi mi faccio affiancare da un collega esperto in materia. Lavoriamo in sinergia per poter affrontare queste situazioni delicatissime. Di recente, ho trattato il caso di una donna che si stava separando dal compagno con il quale aveva avuto un figlio. Si è scoperto che quest’uomo abusava sessualmente della figlia che la donna aveva avuto da una precedente relazione.
Purtroppo questo comportamento andava avanti già da parecchio tempo. Mi sono subito attivata per interpellare una collega penalista, che si è occupata della querela. La ragazza, ai tempi minorenne, non voleva sporgere denuncia perché temeva ritorsioni sul fratellino vista la separazione in atto dei due. Anche qui il mio ruolo è non è stato di semplice avvocato. Ho consigliato alla madre di trovare subito un supporto psicologico per la ragazza, affinché elaborasse il trauma che si era tenuta dentro per anni. Così, attorno a questa famiglia, abbiamo creato una rete professionale di supporto».

La vicenda di cui hai parlato è un caso isolato o ce ne sono simili?
«Ci sono altri casi simili, e chi si rivolge all’avvocato non è necessariamente chi ha subito violenza. La richiesta può arrivare anche dalla persona che poi risulta essere la figura violenta. Anche in queste situazioni fare il proprio lavoro significa dare un’assistenza che può andare oltre quella legale, considerando sempre che ogni avvocato è libero di accettare o meno il caso. Non si riesce ad affiancare tutti. Per questo spesso mi chiedo se “mettersi accanto al cliente” sia giusto o meno per aiutare veramente gli altri, o piuttosto non sia meglio rimanere dall’altra parte della scrivania, con atteggiamento distaccato, di fronte al cliente e non accanto.
A riguardo vi racconto un aneddoto. Ho seguito il caso di una separazione che non aveva motivo di essere conflittuale. Il mio cliente partiva da una posizione di torto comportamentale ma, piuttosto che sentirsi in colpa, era arrabbiatissimo verso la moglie. Sosteneva il fatto di non essersi sentito capito perché lei non lo aveva supportato nel tempo e lo aveva persino maltrattato psicologicamente. In altre parole, qualche volta l’empatia con il cliente è stata maggiore ma, in base all’esperienza, è necessaria molta cautela».
Ci sono casi in cui un avvocato può decidere di non accettare un cliente e la sua richiesta? Come ci si comporta?
«Gli avvocati liberi professionisti possono permettersi di rifiutare un caso. Nei casi in cui i genitori siano in conflitto e il bambino non può essere rappresentato dal genitore, interviene la figura del curatore speciale del Tribunale dei Minori. Questi poi nomina un avvocato d’ufficio per proteggere gli interessi del bambino. Ma anche in tale situazione il libero professionista non è obbligato ad accettare».
Può spiegare a noi e a chi leggerà cos’è il conflitto di lealtà?
«Si ha conflitto di lealtà quando un figlio o una figlia che vive la separazione tra il padre e la madre, per particolari vicende familiari o per il grado di vicinanza affettiva, si “allea” col genitore che personalmente percepisce come il più debole, fragile, svantaggiato. Nell’immaginario collettivo il caso più comune è quello della madre che monopolizza la propria presenza affettiva e pretende che i figli rimangano con lei a prescindere dalle diverse implicazioni. Succede allora che il figlio o la figlia, per non dispiacere alla madre, conferma di non voler stare con il padre anche quando in realtà lo preferirebbe.
Ecco il conflitto di lealtà. Conflitto di cui spesso non si conoscono precisamente i contorni e che, proprio per mancanza di conoscenza, meriterebbe uno scardinamento della mentalità genitoriale corrente. È un argomento che, in effetti, oggi viene fuori di più rispetto ai tempi in cui ho iniziato la mia carriera».
Quale consiglio da donna e avvocato vorrebbe dare alle giovani generazioni che decidono di impegnarsi in un matrimonio, ma anche a chi questo passo lo ha già fatto?
«Quando i clienti si rivolgono a me il vaso è già rotto, per cui non so dove esattamente si sbaglia ed ogni storia è diversa dall’altra. Dall’avvocato si va nella fase patologica, quando è difficile che si possa recuperare il rapporto di coppia. Solo una volta mi è capitato che una coppia tornasse insieme, io non ho guadagnato nulla ma per me è stata un’esperienza bellissima! Ciò che facciamo in studio è recuperare i cocci di una famiglia disintegrata. Poi li rimettiamo assieme perché possa ancora funzionare, ovvero che entrambi si accorgano che, pur non essendo più una coppia, restano genitori. In sintesi, cerco di abbassare il livello di astio, di conflittualità, per riportarli sulla strada del miglior interesse dei loro figli. Quello che l’ordinamento ci chiede è proprio questa restituzione di responsabilità».
Ciascuno di noi, di volta in volta, riveste ruoli parentali diversi: figlio, fratello, genitore, e così via. Per questo, attraverso il confronto nato da questa intervista, è stato interessante cogliere il livello di responsabilità che cambia nel corso della vita di tutti noi. Inoltre, grazie a questo dialogo con l’avvocato Frida Simona Giuffrida, è stato possibile illuminare, rendere più chiari, i nostri comportamenti nel quotidiano, prendendo coscienza dal punto di vista squisitamente professionale. Una consapevolezza utile che ciascuno di noi può sfruttare anche a supporto di figure amicali o parentali.
Articolo a cura delle studentesse Simona Ferro e Elisabetta Granieri Galilei della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios.



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