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Intervista a un agricoltore: la vita in campagna diventa social 

Intervista all'agricoltore di Mister Farmer a cura di Viagrande Studios

Intervista all’agricoltore Fausto Muni “Mister Farmer” per la rubrica “A tu per tu con gli eroi di tutti i giorni”, a cura delle studentesse e degli studenti del II anno della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios. 

Autrici le studentesse del secondo anno: Federica Catalano e Valentina Marletta

L’agricoltore è un mestiere quasi dimenticato dalla società moderna? L’agricoltura sta perdendo il suo ruolo cruciale che ha rivestito nei secoli passati? Noi studentesse e studenti del II anno della Scuola biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios abbiamo voluto approfondire l’argomento insieme a Fausto Muni, un agricoltore giovane che ha scelto di continuare la tradizione agricola della sua famiglia dando però la sua personale e preziosa impronta innovativa. Fausto infatti è conosciuto con l’appellativo di Mister Farmer dalle migliaia di follower che lo seguono su Instagram, dove ogni giorno – con cappello di paglia, spontaneità, competenza, e soprattutto con l’immancabile aiuto del fratello Bruno – fa scoprire alla rete social le bellezze ma anche le difficoltà del loro lavoro. Ecco cosa gli abbiamo chiesto:


L’agricoltura ha rappresentato storicamente una delle occupazioni principali della nostra società, oggi non è più così perché, secondo i dati Istat 2023, solo il 4% degli occupanti lavora in quest’ambito. La maggior parte dei giovani non sceglie più questo lavoro. Rispetto a questo scenario, quindi, che significato ha la tua scelta? È solo un’eredità di famiglia oppure una vocazione personale?

«I motivi che mi hanno spinto a questa scelta sono diversi, principalmente la voglia di portare avanti la mia fortuna di avere un’azienda di famiglia, grazie al lavoro di mio padre. Mi motiva mandare avanti la produzione, nonostante i molti ostacoli, e sviluppare anche progetti collaterali al mio mestiere. Oggi avviare un’azienda agricola è molto più difficile rispetto al passato, perché non basta possedere un terreno. Guardando le prospettive di guadagno, la situazione climatica e quella dei mercati, non mi sarei buttato da zero. La concezione delle aziende agricole è cambiata, prima erano più frammentate e a gestione familiare. Riguardo ai giovani, oggi ci sono più scelte lavorative, anche non avendo un titolo di studio. I giovani non voglio vincolarsi a lavori che non li fanno crescere, ecco perché è difficile trovare bravi braccianti o collaboratori. Questo lavoro è faticoso e le prospettive non allettano». 

Cosa ti soddisfa quindi di questo lavoro al punto da affrontare debolezze economiche e le difficoltà che vive il settore?

«Mi gratifica il riconoscimento dei consumatori finali. Preferisco il contatto diretto con loro piuttosto che la vendita all’ingrosso, dove si vive un estenuate ribasso dei prezzi. Mi piace informare il consumatore e renderlo partecipe della vita di un’azienda agricola, perché di questa si sa poco o nulla, come se la frutta crescesse da sola. Dopo la laurea in Agraria ho deciso di aprire i profili social di Mister Farmer per far conoscere, insieme a mio fratello, i processi agricoli, sia la loro bellezza che le loro criticità, le sorprese che ci regalano ma anche le incertezze a cui sono soggetti, come alluvioni o grandinate. Il racconto della natura dà valore ai suoi prodotti e al lavoro che noi facciamo». 

Hai mai avuto momenti di sconforto o ripensamenti sulla tua scelta professionale?

«Sì, sicuramente. Soprattutto quando mi accorgo dell’incuranza di alcuni colleghi. Se fatichiamo per nutrire la gente con prodotti genuini perché inquinare l’aria bruciando i residui di tubi? Sembra che non capiscano il senso del loro lavoro, ed è uno sconforto collettivo.

Mi scoraggia la politica e l’assenza di azioni concrete per combattere la siccità o, al contrario, lo spreco di risorse idriche. Il 60-70% dell’acqua immessa nelle tubature della provincia di Catania si disperde prima che arrivi a destinazione. Basterebbe un corretto razionamento, invece si vedono solo gli effetti di una cattiva gestione. Mi fa rabbia». 

Quanto e come si differenza la vita in campagna dalla vita in città?

«Ci sono pro e contro. In campagna non ho stress legati al traffico, ai rumori… al contrario, vivo momenti di piacevole silenzio, soprattutto all’alba. E poi c’è l’orto, che chiaramente è un beneficio per l’alimentazione. Uno svantaggio è certamente la distanza con il centro cittadino. Il paese per me più vicino è a 7 chilometri, ma per fortuna non faccio la vita di un eremita». 

Senti la differenza, come agricoltore, rispetto ai tuoi amici nelle abitudini, nello stile di vita, nei pensieri? 

«Sì, vi racconto un episodio: ero in hotel con degli amici per un addio al celibato. Il mio compagno di stanza è stato sotto la doccia per più di mezz’ora. Ho provato fastidio per questo consumo eccessivo di acqua, perché dovuto a una reale inconsapevolezza della fragilità delle nostre risorse naturali, che invece io percepisco ogni giorno. 

Sento la differenza anche nel contatto con gli animali. C’è chi odia gli insetti o ne ha paura, ma per chi come me vive in campagna la loro presenza è un’abitudine». 

Sappiamo tutti che l’inquinamento ambientale e i cambiamenti climatici hanno effetti negativi sull’agricoltura. Qual è il tuo parere sull’argomento? 

«Si parla da moltissimo tempo di cambiamenti climatici. Di recente ho letto un articolo risalente al 1987 in cui si parlava già dell’innalzamento delle temperature. Ma politicamente non c’è concretezza, la COP24 sul clima è stata una passerella. Ci sono obiettivi fissati al 2050 ma moltissimi andrebbero raggiunti prima, e le azioni necessarie per invertire la tendenza non si fanno da un giorno all’altro».

Nel tuo lavoro di agricoltore ti è capitato di vederne gli effetti, e se sì, hai preso accorgimenti in merito?

«Le ultime estati sono state pesanti da affrontare. In condizioni di siccità abbiamo attinto l’acqua da un pozzo che non è proprio tra i migliori ma questo ci ha consentito di far sopravvivere l’aranceto. I pozzi sono solo una soluzione a breve termine. 

L’anno scorso volevo fare la pacciamatura, cioè la copertura del terreno con residui organici di paglia, ma non sono riuscito a farla per mancanza di pioggia sufficiente. Non piovendo, il grano non è cresciuto e di conseguenza non abbiamo potuto raccogliere la paglia. 

Un altro problema è la fioritura anticipata dei mandorli. Nella norma dovrebbero fiorire a marzo, ma sono fioriti a gennaio, ed è un rischio perché una gelata potrebbe compromettere la produzione e rovinare il fiore, che è la parte più sensibile di tutto il ciclo. 

Mio padre mi racconta che in passato capitavano certamente alluvioni e grandinate ma non eventi così estremi e non con questa frequenza». 

Nel 2024 gli agricoltori, in sella ai propri trattori, hanno protestato contro la crisi del settore agricolo. Secondo le stime, tra il 2005 e il 2020, 5,3 milioni di aziende agricole in Europa hanno chiuso i battenti e nel 2022 sono 3.623 le aziende che hanno dovuto rinunciare. Qual è la tua posizione in merito?

«Tutto è nato in Francia e in Germania per l’aumento del prezzo del gasolio agricolo. Anche gli italiani hanno protestato senza una richiesta concreta. Si andava contro le politiche europee del Green Deal, oppure contro la PAC (Politica Agricola Comune), che detta delle regole per ottenere contributi da parte dell’Unione Europea. Le proteste sono nate perché è difficile seguire queste regole con le attuali difficoltà causate dai fattori climatici. In Italia si sono spente presto perché manca un’associazione di categoria che sia intervenuta in modo incisivo». 

Da agricoltore fai parte di una rete associativa di settore che ti consente di condividere con colleghi tecniche e prodotti, o che fornisce attività di supporto?

«Non credo che in Sicilia esistano reti in tal senso. Non esistono consorzi come quelli nati in Nord Italia, ad esempio il consorzio Melinda. Al Sud c’è molta competizione e si tende a tenere tutte le informazioni per sé. Io sono in contatto costante con colleghi dell’Università di Agraria di Catania che mi supportano in diversi aspetti, ma è una mia iniziativa personale. Non esiste alcuna rete formale». 

Ci sono pregiudizi sul lavoro dell’agricoltore che vorresti rompere? 

«Sì, il pregiudizio di pensare all’agricoltore come una persona ignorante. L’agricoltore è un grande conoscitore della meccanica e dell’idraulica, gestisce un’azienda e fa investimenti economici. “Zappare” è una minima parte. S’impara ad essere agricoltori, banalmente anche per tirare l’acqua da un pozzo e irrigare il terreno. Si deve conoscere la pompa e i tubi, predisporre l’impianto e gestire gli imprevisti anche quando il tecnico non c’è. La società non dà più valore all’agricoltore come figura utile e indispensabile». 

In molte zone della Pianura Padana, e in generale nelle aree agricole del Nord Italia, si sta assistendo a una crescente richiesta di non coltivare determinati terreni per una serie di ragioni. Ci sono scenari simili anche in Sicilia? 

«In Sicilia diversi terreni sono stati acquistati da multinazionali del fotovoltaico. La tendenza attuale è quella dell’agrivoltaico, cioè impianti rialzati con l’obbligo di mantenere una coltivazione agricola sotto i pannelli. Anche la mia azienda ha ricevuto una richiesta di questo genere ma la mia famiglia non ha dato la concessione perché abbiamo progetti differenti, più orientati verso la ricezione turistica, e perché non saremmo proprietari dell’energia prodotta. Altri agricoltori invece farebbero e hanno fatto una scelta diversa perché questa operazione garantisce una certezza del reddito che spesso manca». 

Al di là della siccità, c’è un impoverimento del terreno causato da diserbanti, erbicidi e simili? 

«I concimi sono per il terreno quello che gli integratori sono per le persone. Compensano cioè le carenze che servono alla pianta: azoto, fosforo, potassio e tutti i microelementi. Per molti il “biologico” è sinonimo di “puro”, ma non è così. Nel disciplinare biologico sono ammessi trattamenti e concimazioni, purché i concimi non siano minerali e i trattamenti abbiano minore persistenza sulla pianta. Il biologico non nasce per il prodotto ma per l’ambiente».

 
Come mai troviamo frutta e verdura di altri Paesi nei nostri supermercati? Perché in Sicilia, ad esempio, si vendono arance non locali? C’è un problema di sovrapproduzione internazionale? 

«Più che nella sovrapproduzione, la ragione si trova nella globalizzazione. Prendiamo come esempio l’arancia rossa di Sicilia. Un prodotto unico grazie al nostro microclima alle pendici dell’Etna. Eppure in Sudafrica e in Spagna si sta sperimentando la coltivazione di arance rosse senza queste condizioni particolari. Capita quindi di trovare al supermercato arance straniere trattate, anche perché quelle siciliane vengono per la maggior parte esportate». La “chiacchierata” con l’agricoltore Fausto è stata per noi illuminante e ci ha reso ancora più consapevoli su abitudini e sprechi della nostra società. Ecco perché ci auguriamo che, soprattutto in questo momento storico, sempre più persone tornino ad ascoltare la natura e le storie degli agricoltori. 

Autrice del testo le studentesse del secondo anno della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios, per il percorso di Giornalismo e linguaggi social.

Intervista a un agricoltore: la vita in campagna diventa social  ultima modifica: 2025-06-13T16:59:28+02:00 da Redazione

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