Intervista al cronista e inviato del Tg1 Giuseppe La Venia, per la rubrica “A tu per tu con gli eroi di tutti i giorni”, a cura degli studenti del secondo anno della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios.
«La giusta distanza dell’empatia» è l’insegnamento più profondo che ci ha lasciato l’intervista a Giuseppe La Venia, giornalista inviato del TG. Lui si dice “uomo di cronaca” e parla del suo lavoro con la semplicità dell’esperienza vissuta e la necessità di condividerla per trarne un vantaggio comune.
La giusta distanza dell’empatia – che ha spiegato a noi allieve e allievi della Scuola di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios – tiene lontano dall’enfasi, dalla retorica, da lunghe dimostrazioni di come deve o non deve essere il mestiere di giornalista, per lui cominciato con le radiocronache di calcio locali nella sua provincia di nascita, Catania. È la distanza empatica del professionista che sente l’altro in profondità ma senza identificarsi, né proiettare su di lui il proprio vissuto, le idee o le convinzioni.
A un certo punto della sua vita professionale, per La Venia è diventato fondamentale condividere, non i propri successi e affermazioni, ma snodi cruciali dell’esperienza lavorativa: racconti, scenari, emozioni e sentimenti che gli hanno permesso di capire qualcosa in più del mestiere di giornalista e di “essere umano”.
Ci dà un esempio fra tanti nel racconto di un’intervista a un pastore sardo in carcere dall’età di 23 anni e di cui si è scoperta l’innocenza dopo 33 anni. «Cosa farà dopo 33 anni?» intendeva chiedergli La Venia immaginando già le possibili risposte e titoli di giornale come: “Andrò a vedere il mare”, “Tornerò dalla donna che ho sempre amato” o qualcosa del genere. Ma quando realmente gli pose quella domanda le risposte dell’uomo furono evasive. Il giornalista incalzò, fin quando l’ex pastore gli mostrò gli unici due denti rimastigli e confessò che la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata la dentiera. “La libertà è una dentiera”: ecco il vero titolo, diverso da ciò che il giornalista si sarebbe aspettato di scrivere. Arrivare disponibili all’ascolto dell’altro, senza forzature di identificazione in ciò che rimane un mistero, l’anima nostra e altrui: questo l’insegnamento appreso e condiviso da La Venia.
Come nel reportage narrativo, nei tuoi resoconti il puro fatto giornalistico è intriso di storie in cui ti sei trovato coinvolto a livello personale. Quanto credi sia importante la partecipazione emotiva in rapporto alla “giusta distanza” a cui è tenuto il giornalista?
«Mi occupo di cronaca per il servizio pubblico, quindi devo trattare i fatti in una sintesi molto breve. Ma per me un cambiamento di prospettiva è avvenuto dopo aver affrontato i servizi sul Covid-19. Davanti al senso di ingiustizia e alla fragilità, la freddezza del fatto deve lasciare spazio alle storie. Bisogna sì raccontare cosa succede, ma anche ciò che vede l’uomo, non solo il giornalista. Prima di essere professionisti siamo esseri umani ed è importante lasciare trasparire sentimenti come la paura, l’incertezza, o altro. L’ho capito anche grazie ai miei interventi rivolti ai ragazzi delle scuole. Un ragazzino che aveva ascoltato il mio racconto sul Covid mi chiese perché non avessi scritto della paura che avevo provato. Lì ho sentito che la testimonianza che si offre deve comprendere anche il lato più umano ed emotivo, deve raccontare sia con gli occhi che con le emozioni.
Giuseppe La Venia giornalista e uomo, intervista a cura degli studenti di Viagrande Studios
Ci sono stati dei momenti drammatici in cui mi sono chiesto: “Devo fingere di essere un professionista impermeabile alle emozioni? Che gestisce perfettamente le tensioni?”. No, sono qui per raccontare la verità, mostrando anche le mie fragilità e paure. Se sento paura, non esiterò a mostrarla. Com’è successo due anni fa durante il servizio del catastrofico terremoto in Turchia e Siria.
Tuttavia, essere osservatori partecipi della notizia non deve spostare l’attenzione verso di sé. La giusta distanza è necessaria per un cronista quale sono. È importante saper capire come e quando allargare la visuale e come e quando restringerla al puro fatto. Credo che oggi ci sia troppa polarizzazione verso il racconto sensazionale dei fatti. La cronaca tradizionale, pura e asciutta, sembra non avere più larga presa sui lettori, che invece cercano la sensazione forte, il particolare accattivante. L’obiettività è spesso sacrificata, come accade nelle testate giornalistiche che cercano una posizione decisa, lo scontro di idee».
Cosa ti colpisce quando vai a dialogare con i ragazzi delle scuole?
«Ho deciso di andare nelle scuole dopo l’esperienza della guerra in Ucraina, anche per poter raccontare aspetti che non trovavano spazio nella cronaca televisiva. Le domande dei ragazzi rivelano curiosità e svelano l’essenziale, aspetti nascosti della realtà a cui a volte non facciamo caso. Una volta una ragazzina a fine incontro mi ha chiesto “Ti sei mai innamorato?”. Che domanda perfetta! A loro interessano più le emozioni e le storie, che i nudi fatti. Le loro domande mi hanno spinto a un approccio diverso alla professione. Per me riflettere sulle domande è importante, perché sono il seme del punto di vista personale, del giudizio critico, della capacità e del coraggio di andare oltre le apparenze e i conformismi cercando la verità dei fatti.
Mi è capitato di essere ospite in un istituto dove, a causa di un guasto, bisognava prenotarsi e fare la fila per andare al bagno. Quando gli studenti mi hanno chiesto come raccontare ciò nel giornale scolastico ho risposto loro che il giornalismo è anche denuncia. Il giornale era il loro strumento per chiedere a chi di dovere spiegazioni, per conoscere il motivo per cui il bagno non potesse essere velocemente rimesso in sesto».
Quali sono stati i momenti più significativi del tuo lavoro di inviato durante lo scoppio della guerra in Ucraina?
«Com’è facile immaginare, sono stati diversi. Non immaginavo sicuramente una permanenza così lunga dato che l’idea iniziale era quella di fare un servizio rapido sulle tensioni tra Russia e Ucraina. L’allora direttrice del TG1 Monica Maggioni decise di inviarmi al confine tra Ucraina e Polonia alla fine del febbraio 2022, quando ancora vigevano le misure anti Covid. Nessuno tuttavia immaginava un’invasione vera e propria in così breve tempo.
La prima tappa è stata Cracovia, vedere l’esodo di migliaia di persone che cercavano di scappare era uno scenario incredibile. L’euforia è stato il primo sentimento avvertito una volta arrivati fin lì: insieme alla troupe, ero diretto testimone di un evento cruciale, e per un giornalista inviato è sicuramente entusiasmante. L’entusiasmo però ha lasciato subito il posto al timore di dover circolare in un paese in guerra. Abbiamo subìto circa quattro controlli per il sospetto che fossimo spie russe, siamo stati portati in caserma e anche la nostra videocamera è stata messa sotto controllo. Per fortuna ci hanno rilasciato subito grazie all’aiuto dell’ambasciata italiana.
Il pericolo maggiore nelle città era rappresentato dai checkpoint, ossia zone comandate non da militari ma da alcuni civili nei diversi quartieri. Se si incrociavano non era scontato poter passare dall’altra parte. Abbiamo alloggiato a Leopoli in un ex albergo. Qui, un giorno, al suono dell’allarme la hall si è svuotata completamente, tutti attraverso una botola erano scesi a rifugiarsi in un bunker sotterraneo.
La giusta giusta distanza dell’empatia, intervista a Giuseppe La Venia, inviato RAI
Stare in un bunker significa affrontare la paura in maniera diversa. In genere dal pericolo si scappa, in un bunker invece se c’è pericolo si è obbligati a stare fermi. Ricordo che a un certo punto è squillato il mio telefono – sì, nel bunker il mio smartphone funzionava benissimo – il mio direttore mi chiamava da Roma per chiedermi di mandare la diretta durante l’edizione tg delle 20. Avevo con me tutto l’occorrente per il collegamento con il telegiornale ma non è stato affatto facile. Il primo giorno l’esperienza in un bunker è spaventosa. Poi a fatica ci si abitua ma ogni giorno è sempre difficile, anche collegarsi in diretta in quelle condizioni. Fare notizia è importante ma non sempre avvincente.
Al quinto giorno della nostra permanenza a Leopoli abbiamo fatto visita a un centro oncologico ucraino sostenuto dalla ONG italiana Soleterre. Anche qui abbiamo vissuto l’esperienza del bunker ma è stata diversa perché a rifugiarsi erano bambini bisognosi di cure e chemioterapia anche in quelle condizioni disastrose, in un ambiente sporco e pieno di insetti. Qui ho realizzato uno dei servizi tg a cui tengo di più. Ho raccontato di una partita di pallone nata per gioco fra quelle mura grazie a uno dei bambini ricoverati, l’unico tra i tanti che riuscisse a sorridere. Abbiamo giocato con lui, insieme ai medici e agli infermieri. Ucraina 2, Italia 0. Quel bambino purtroppo non è riuscito a sopravvivere, pur essendo arrivato in Italia per curarsi. Il padre ha voluto a tutti i costi ritornare in Ucraina per seppellire il figlio nella sua terra d’origine.
Dopo questa vicenda è cambiata la mia concezione di “guerra”. Prima di questo triste epilogo avrei detto che la guerra era un bambino costretto a lasciare i propri amici, la propria vita, per rifugiarsi lontano. Per me adesso la guerra è un padre che non potrà portare un fiore sulla tomba del figlio».
In che modo è possibile raccontare del dolore umano in modo autentico e rispettoso, evitando al contempo la sensazionalizzazione da parte dei media?
«La sofferenza non va spettacolarizzata ma neppure nascosta. Sono due aspetti diversi: una cosa è spettacolarizzare la sofferenza, un’altra cosa è mostrare i bambini ucraini in chemioterapia durante la guerra. È guardare in faccia la realtà.
L’ho imparato quando lavoravo a Catania, a Telecolor. Quando venivo inviato a San Cristoforo (quartiere catanese a rischio, ndr) e subivo aggressioni, sembrava inevitabile affrontare la violenza ma il mio caporedattore mi rimproverava dicendomi “Non ti abbiamo insegnato nulla?”. La necessità di un approccio etico e responsabile rimane più che mai attuale».
Credi che le aggressioni nei confronti dei giornalisti siano alimentate da pregiudizi?
«I criminali non ti toccano più perché sanno che se lo fanno lo Stato si attiva e manda la polizia. Ricorderete il giornalista d’inchiesta Daniele Piervincenzi a cui un membro del clan Spada spaccò il naso durante un’intervista a Ostia. Quell’episodio ha portato a condanne pesanti. In Sicilia la mafia non spara più o, se lo fa, soltanto se per loro necessario. Da quanto tempo non sentiamo la notizia della mafia che spara a un poliziotto? A un sacerdote o a un magistrato? Negli anni Ottanta e Novanta era un fenomeno continuo, oggi non più. Oggi chi picchia è la manovalanza che vive nei quartieri difficili, e lo fa perché ignora le conseguenze del gesto. E poi ci sono i tifosi di calcio. Gli ultras sono un pericolo vero. Durante una partita Lazio-Roma c’è il rischio che spacchino la telecamera in faccia».
Le nuove tecnologie e i social media hanno dato al giornalismo una marcia in più rispetto al passato, Giuseppe La Venia come la pensa?
«Oggi è fondamentale adattarsi ai nuovi media, perché i social hanno rivoluzionato il modo e i tempi di comunicare. Quando il Tg va in onda spesso la notizia è già on line. Il mio ex direttore Giuseppe Carboni pianificava l’attività del Tg nella riunione mattutina delle 9, anche se l’appuntamento con la diretta avveniva diverse ore più tardi. Ad esempio, se arrivava la notizia di venticinque arresti andavamo oltre le informazioni già presenti sul web. Carboni chiedeva un’intervista ai parenti degli arrestati o altri dettagli che i social non avessero già diffuso» continua La Venia, «Ora che i social media fanno da primo piano, il nostro compito di giornalisti tv è offrire una prospettiva più profonda. Siamo ancora mentalmente ancorati a un approccio analogico, ma tutto è diventato tutto più complesso e veloce».
Quali sono secondo te le caratteristiche essenziali per essere un bravo inviato?
«Sicuramente essere disponibili ad ascoltare chi s’incontra, senza preconcetti, e saper gestire la tensione durante il lavoro; inoltre, sono importanti anche la capacità di sfruttare i contatti che si hanno – per rendere il lavoro più agevole – e buone condizioni di salute, un aspetto da non sottovalutare».
L’incontro con Giuseppe La Venia si è trasformato per noi in una profonda riflessione sull’etica del giornalismo, sulla responsabilità del narratore e, soprattutto, sulla natura umana che si rivela in tutta la sua complessità di fronte alla tragedia. Nelle sue affermazioni risiede la chiave di un giornalismo autentico, che non si nasconde dietro una maschera di onniscienza, ma che si fa carico del peso delle proprie emozioni per restituire una narrazione più umana e veritiera. La sua critica al sensazionalismo e alla ricerca spasmodica della notiziabilità a tutti i costi è stata altrettanto illuminante. Ha denunciato i titoli ad effetto, le strategie di marketing che trasformano il giornalismo in uno spettacolo, dimenticando il rispetto per le vittime e la serietà dei fatti.
A tu per tu con gli eroi di tutti i giorni, una rubrica a cura degli studenti della Scuola di Scrittura e Stroytelling di Viagrande Studios
Il monito di La Venia è chiaro: il giornalismo deve informare, documentare, analizzare, ma non deve mai sostituirsi alle istituzioni né cedere alla tentazione di farsi giustizia da sé. La Venia ha sottolineato l’importanza di non confondere il ruolo del giornalista con quello delle forze dell’ordine, di non trasformare il reportage in una provocazione, di non spettacolarizzare il dolore
Le sue parole ci ricordano che il giornalismo non è solo una professione, ma una missione. È la possibilità di dare voce a chi non ce l’ha, di illuminare le zone d’ombra, di denunciare le ingiustizie, di contribuire a costruire un mondo migliore. L’incontro con Giuseppe La Venia, per noi studenti, è stato un’occasione preziosa per confrontarci con la complessità del giornalismo contemporaneo. Per riflettere sul nostro ruolo futuro di narratori, per comprendere che la verità è un bene prezioso da custodire e proteggere. Ci ha insegnato che il giornalismo non è solo tecnica, ma anche etica, passione, umanità.
Autrici: Vera La Rosa, Federica Miano, Maria Concetta Solmona, studentesse del secondo anno della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios. Percorso di Giornalismo e Linguaggi social, docente Valentina Cinnirella.

