Intervista alla pornostar di origini siciliane Danika Mori, a cura degli studenti e delle studentesse del secondo anno della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios.
Ci sono mestieri che, più di altri, fanno discutere. E spesso a parlare non sono le persone che li conoscono da vicino, ma i pregiudizi che li accompagnano. Quella della pornostar è una professione controversa, sulla quale pesano ancora stereotipi, moralismi e disinformazione. Danika Mori, siciliana di origine ma residente all’estero, ha accettato l’invito di noi studenti e studentesse della Scuola di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios, a raccontarsi. Lo ha fatto facendoci scoprire un lato del suo lavoro spesso ignorato: quello fatto di scelte consapevoli, strategie comunicative, equilibrio personale e attenzione per il consenso.
Una conversazione, quella con Danika Mori, intensa e sincera, che ci ha aiutati a spostare lo sguardo oltre le etichette.
Danika Mori, ci sono dei momenti in cui senti il bisogno di separare completamente la tua identità professionale da quella personale? Se sì, come gestisci questo equilibrio?
«Nel mio lavoro – e parlo non solo della sfera erotica, ma più in generale della gestione dei social media e della mia figura pubblica – è davvero difficile tracciare un confine netto tra la dimensione professionale e quella personale. Il mio modo di creare contenuti è molto autonomo. Nasce dal fenomeno dello User Generated Content, quindi sono io a decidere cosa e come pubblicare. Essendo di fatto il capo di me stessa, ho la possibilità di scegliere liberamente tempi e modalità di lavoro durante la giornata.
Questa autonomia mi permette di gestire, sia i contenuti per adulti che la presenza sui social media, in modo flessibile, rispettando il mio benessere. A differenza di molti colleghi e colleghe che devono attenersi a contratti, orari o scadenze, la mia gestione è molto più leggera. Questo approccio mi ha permesso di trovare un equilibrio personale e lavorativo che mi fa sentire meno sovraccaricata e più fluida nella produzione dei contenuti. Non è una cosa comune, lo so, ma è un equilibrio che mi sono costruita nel tempo, ascoltando profondamente i miei bisogni e le mie energie».
Se potessi parlare con la te stessa di qualche anno fa, prima di intraprendere questa carriera, cosa le diresti? C’è qualcosa che avresti voluto sapere prima di iniziare?
«Le direi di avere più fiducia. Quando ho iniziato, circa 12 o 13 anni fa, tutto era ancora molto incerto. Era un periodo in cui non era ancora chiaro se quel minimo di visibilità su Instagram o sul web potesse davvero diventare un lavoro stabile, soprattutto nel mondo per adulti o delle webcam, in cui ho cominciato. All’epoca non c’era la percezione della sicurezza professionale legata al mondo online. Lo si guardava ancora con sospetto, quasi come un passatempo, e gli youtuber erano considerati poco seri. Anch’io, in parte, avevo quella mentalità. Se avessi creduto di più in quel mondo e se avessi investito prima, magari creando una presenza su YouTube o prendendo più sul serio questo percorso fin dall’inizio, le cose sarebbero potute andare diversamente — non necessariamente meglio, ma forse più strutturate. Alla fine, il mio percorso è nato da una forte esigenza di espressione personale.
Ovviamente, ho considerato da subito anche il fatto che potesse essere una fonte di reddito. Mi ha dato un’indipendenza economica che in altri lavori non sarei riuscita a raggiungere con la stessa facilità, e questo non lo sottovaluto. Quindi sì, alla me del passato direi di avere più fiducia in questi nuovi media».
La scelta di fare questa professione è nata casualmente, per curiosità o dal desiderio di sentirsi libera di abbattere certi tabù?
«Come anticipato, ho preso questa decisione come una possibilità di lavoro. Mi offriva l’opportunità di poter vivere in maniera indipendente. Ho avuto sin da subito dei risultati e dei guadagni che mi hanno convinta, a maggior ragione, della scelta fatta. Ma, analizzando me stessa, avendo studiato psicologia e scienze sociali, sapevo di avere dei tabù e di non vivere bene la mia sensualità. A vent’anni sentivo il desiderio di esprimere la mia sessualità ma avevo un blocco. Facevo fatica ad accettare di avere delle pulsioni, di fare autoerotismo e non volevo ammetterlo a me stessa. Mi sono resa conto quindi che dovevo rompere quelle catene, senza sentire un limite o sensi di colpa per qualcosa che fa parte della vita e della mia identità.
Quindi, senza dubbio, c’è stata la voglia di abbattere i tabù, di sentirmi più libera di esprimermi. Probabilmente non avrei scelto questo lavoro se non fosse stato remunerato bene, e non avrei messo in discussione la mia reputazione. Avrei forse continuato nel mondo del marketing dove potevo giocarmi qualche possibilità ma sono rimasta fiduciosa del fatto che ognuno di noi, se ha volontà e capacità, alla fine riesce a trovare la propria strada».
Cosa pensi che avresti fatto nella vita se non avessi intrapreso questa carriera?
«Non avevo un vero e proprio “piano B”, anche perché però sono una persona che si adatta e cerca sempre di dare il massimo in qualsiasi contesto. Ho sempre avuto una grandissima passione per le scienze sociali, fin dall’adolescenza. Mi sono quasi laureata in Psicologia, e credo che, se non avessi intrapreso questa carriera, avrei voluto continuare su quella strada. Come dicevo, mi interessava in particolare l’applicazione della psicologia al marketing. Ho sempre voluto fare qualcosa di dinamico, che mi stimolasse e che non fosse mai uguale a sé stesso. E il marketing, come la psicologia, cambia continuamente in base al pubblico, ai dati e ai contesti.
Anche se ho seguito una strada diversa, quelle passioni non sono mai sparite. Per esempio, la scelta del mio nome d’arte è stata influenzata proprio dagli studi di psicologia e marketing. Danika è nato quasi per caso, su suggerimento di Stefano (il compagno e collega, ndr) durante una diretta webcam. Poi ho aggiunto Mori perché è un nome corto, facile da ricordare e da pronunciare in varie lingue, nonché ottimale anche per le ricerche su Google. Anche se non pensavo di diventare famosa, avevo già interiorizzato alcuni principi di branding».
Quanto è importante il consenso e la comunicazione sul set? Tu, Danika Mori, hai mai rifiutato di girare una scena per motivi personali o professionali?
«Nel mio ambiente è fondamentale entrare in empatia, perché di fatto si generano connessioni tra persone. Non essendoci un regolamento formale, ci si autoregola. Entriamo in contatto tra di noi: ci conosciamo, ci seguiamo sui social, si osserva il percorso dell’altro, parliamo, si chiariscono i propri limiti, le cose che non si ha piacere di fare, ecc. Per me il porno è, sempre e comunque, strettamente legato all’ambito emotivo. Credo che il mio modo di fare porno sia il migliore, anche per il benessere psicofisico delle persone coinvolte.
Quando il lavoro impone dei paletti, o quando devi fare delle cose solo perché “è lavoro”, allora tutto diventa meno piacevole. Trattandosi di un ambito comunque intimo della persona, questo può essere un problema. Non possiamo negare l’evidenza: anche ponendo dei filtri, se la persona con cui stai lavorando ti è antipatica allora sarai necessariamente meno coinvolto. Per questo considero il mio il modo ideale di fare porno: porsi i limiti da sé, fare le cose come e quando si preferisce, con i propri tempi».
In tutti i luoghi di lavoro con alcuni colleghi si va d’accordo e con altri meno. Ti è capitato di dover girare delle scene con colleghi con cui non avresti preso nemmeno un caffè? Con altri invece hai provato un trasporto particolare?
«Mi reputo davvero molto fortunata, perché scelgo le mie collaborazioni non seguendo alcune logiche dei follower, ma partendo dal punto di vista emotivo. Cerco sempre un minimo di connessione nell’altra persona, perché credo di vendere qualcosa che è più vicino alla realtà, magari è meno perfetta, però è più vera. Quindi non riuscirei a fare sesso con una persona con cui non prenderei nemmeno un caffè. Allo stesso tempo, con altri ho provato un trasporto particolare, come l’esperienza nata dall’idea di un video lesbian. Ci sono anime belle con cui accadono cose particolari, ed è bellissimo. Ho una visione del sesso profondamente umana ed empatica, quindi è una conseguenza naturale provare emozioni con altre persone».
Una domanda più leggera: probabilmente durante le riprese saranno capitate delle situazioni divertenti, comiche. Ne ricordi qualcuna?
«Non ricordo un episodio particolare, ma posso raccontare che Stefano più volte ha rischiato di scivolare sul mio squirting. Abbiamo riso tanto, anche quella volta in cui, per mostrare due punti di vista diversi, Stefano ha indossato una GoPro in testa. Nel mio lavoro c’è anche questo aspetto divertente».
Cosa pensi dell’evoluzione dell’industria del porno con l’avvento delle piattaforme digitali e dei contenuti indipendenti come Only Fans?
«L’avvento delle piattaforme digitali ha avuto un impatto enorme sull’intera industria del porno, soprattutto con lo sviluppo di OnlyFans. Prima di questo cambiamento il mondo del porno era molto diverso. Ho avuto la fortuna di vedere questa trasformazione in prima persona e di provare diversi metodi di lavoro online. Ho iniziato con la webcam, poi ho continuato caricando video su Pornhub, dove il sistema funzionava in base alle visualizzazioni. Già all’epoca c’erano dei fan club all’interno dei siti e funzionavano molto bene. Però Only Fans ha davvero cambiato tutte le regole del gioco.
È nata come una piattaforma mainstream e, dopo poco tempo, ci si è subito resi conto che il 95% degli introiti arrivava da contenuti per adulti. E questo ha modificato completamente le dinamiche. Ha cambiato soprattutto il rapporto con i fan, che è diventato molto più diretto. Per chi, come me, lavora con i fan da più di 12 anni, sin dall’epoca delle webcam, questa evoluzione è stata positiva. Tuttavia, con la maggiore visibilità, anche dovuta alla quarantena Covid, molte persone hanno iniziato a usare la piattaforma per motivi economici, portando a una perdita di autenticità nel rapporto con l’utente finale. Sono subentrate le agenzie e molte modelle fanno contenuti senza realmente crederci o senza portare umanità nel lavoro.
Danika Mori: “Credo di vendere qualcosa che è più vicino alla realtà, magari è meno perfetta, però è più vera”
A mio parere, sono aumentati anche quei contenuti in cui la modella non fa porno vero, ma solo contenuti “tipo influencer”, legati all’immagine. Ci sono moltissime persone che usano Only Fans ma che non producono porno in senso stretto. Dal punto di vista dell’industria, si è abbassata la qualità dei contenuti per lasciare spazio a una maggiore quantità e varietà. D’altro canto, il modello di abbonamento (più che le visualizzazioni) ha aumentato i guadagni per molti. In ogni caso, è stata una transizione enorme. Ha fatto molto parlare e ha introdotto dinamiche che prima non esistevano. Ora c’è una sorta di “selezione naturale”: dopo il boom iniziale, le persone stanno imparando a valutare meglio le scelte, con più consapevolezza.
Le regole e le tutele variano da piattaforma a piattaforma: ogni sito ha la propria policy per evitare casi di violenza o violazioni di consenso». Spiega meglio Danika Mori, «Faccio un esempio: quando lavoravo con la webcam succedeva che caricassero i miei video su Pornhub senza il mio consenso. Dovevo ogni volta farli rimuovere. Col tempo i controlli sono aumentati. Oggi, ogni volta che giriamo un video, per qualunque piattaforma, dobbiamo firmare diversi documenti, specie se si tratta di collaborazioni. È cambiato anche il modo in cui i video vengono presentati: si presta molta più attenzione ai titoli e ai contenuti. C’è un’attenzione crescente al consenso e alla sicurezza».
Il mondo del porno: dietro ogni percorso – anche il meno convenzionale come quello del porno – può esserci una storia di autodeterminazione.
Nel dialogo con Danika Mori emerge una figura professionale lucida, consapevole, capace di muoversi con etica e autonomia in un settore in continua evoluzione. Ma soprattutto, emerge una donna che ha saputo fare delle proprie scelte un esercizio di libertà e un atto di autenticità. Ascoltarla ci ha permesso di guardare con occhi diversi una professione troppo spesso raccontata solo attraverso cliché.
Autori: Giovanna Cutrona, Salvo Di Pietro, Francesca Laguzza

